Massimo Pica Ciamarra

In che modo la necessità di sostenibilità cambierà i nostri modi di vivere?

Subiamo ancora le conseguenze dell’insostenibilità: inizialmente era incoscienza, poi ignoranza, oggi connivenza. Sono decenni che ne siamo consapevoli, supportati da dati scientifici allarmanti- ma continuiamo in comportamenti pigri, ingiustificabili, criminali. Il 2015 sembrò l’anno della svolta: a metà giugno Papa Francesco diffonde “Laudato sì, della cura della Casa Comune”; ad agosto -negli Stati Uniti- Obama approva il Clean Power Plan; un paio di settimane dopo è del tutto convergente la Dichiarazione Islamica sui Cambiamenti climatici; a dicembre la COP 21 a Parigi segna un enorme passo avanti. Però poi man mano oscillazioni e ripensamenti. A scala globale si è sordi alla scienza: i ghiacciai si sciolgono, le temperature crescono, i fenomeni estremi sono più frequenti.

A sessant’anni esatti dall’Assemblea delle Nazioni Unite che nel 1948 promulgò la “Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo”, non è stato sufficiente proporre -nel 2008 e proprio nella stessa sede- una “Dichiarazione dei Doveri dell’Uomo” relativi a habitat e stili di vita, in questo caso nell’ovvio rispetto delle diversità.

Certo qualcosa è cambiato: si susseguono tante questioni singole, tante norme puntano a contrastare fenomeni puntuali. Solo quando si formerà una vera coscienza comune, la sostenibilità cambierà profondamente il nostro modo di vivere. Non sarà più subita, non sarà una scelta, sarà ordinario comportamento consapevole.

L’insostenibilità però non è solo ambientale.

 

Cosa è la sostenibilità a parte l’ambiente?

Pëtr Alekseevič Kropotkin -straordinario anarchico, filosofo, biologo, ancora molto attivo nel primo ‘900- sosteneva che “la vita è soprattutto condivisione, mutuo appoggio all’interno di ogni specie”. Più le si conoscono, più le forme di vita -tutte- lo confermano: nel mondo vegetale come in quello animale. Non lo conferma il solo Homo Sapiens le cui straordinarie facoltà hanno consentito e consentono espressioni meravigliose, costruzione di miti, creazioni: insieme però a distruzioni e crimini. Einstein fece notare che l’umanità è stata capace di inventare la bomba atomica, ma che nessun topo al mondo inventerà mai una trappola per topi. Oggi sono insostenibili separazioni e diseguaglianze, e non solo quelle all’interno di una stessa comunità. Come sono insostenibili ottiche settoriali ed egoismi.

 

 

Esiste una “dimensione spirituale dei nostri contesti” in cui la sostenibilità possa incidere?     

Mondo vegetale e mondo animale sono complementari, hanno elevatissime forme di collaborazione. La dimensione spirituale distingue l’uomo da ogni altra forma vivente: non è dei contesti; è da noi attribuita ai contesti. Deriva dalla nostra capacità di immaginare, dalla nostra capacità di comprendere, di creare e di attribuire senso, significati, valori. L’enciclica “Laudato sì, della cura della casa comune” è un invito sostanziale, formidabile. Si sta ancora lavorando a una sorta delle sue norme di attuazione con il coinvolgimento di tredici personalità che vivono in Paesi diversi: approcci differenti ma convergenti che saranno pubblicati a breve a cura della “Fondazione per la Bioarchitettura e l’Antropizzazione Sostenibile dell’Ambiente”.

 

 

La città è sempre più abitata mentre la campagna viene sempre più abbandonata. La città quindi è più sostenibile a dispetto della campagna? Non è una contraddizione?

Per diecimila anni le città sono state progressive concentrazioni di relazioni e di creatività. Nelle città si consumava quanto veniva prodotto nella campagna. Oggi città e campagna non sono più positivamente distinte. La città -parola che ha la stessa radice etimologica di civiltà- un tempo era espressione di aggregazione e socializzazione: oggi è dissolta in sconfinati territori urbanizzati. Il costruito invade e ingombra i territori. Pure se di per sé ogni singola costruzione fosse sostenibile, l’insieme resterebbe insostenibile. La sostenibilità infatti è soprattutto nelle relazioni che ogni intervento stabilisce con l’ambiente in senso lato, con i paesaggi, con le stratificazioni della memoria che identificano ogni luogo. La sostenibilità sarà raggiunta quando la visione sistemica sarà predominante; quando la cultura della separazione -vi siamo ancora immersi- avrà ultimato il suo ciclo e darà spazio alla cultura dell’integrazione; quando ci saremo affrancati dai “semplificatori terribili”, barbaramente capaci di dare soluzioni dirette ai singoli problemi, senza rendersi conto che così determinano problemi più ampi e complessi di quelli apparentemente risolti.

La storia dell’umanità è un susseguirsi di rivoluzioni: ognuna ha avuto sempre significative ricadute sui rapporti sociali. Il giorno in cui la sostenibilità -nei correlati e diversi aspetti- informerà tutte le nostre azioni, quando sarà diventata prassi inconsapevole- la nostra cultura avrà fatto un vero balzo in avanti. Avverrà improvvisamente: è proprio di tutte le rivoluzioni.

 

Boschi verticali e piramidi in plexiglass sull’Everest: quale è il futuro dell’architettura in termini di sostenibilità integrata ossia che coinvolga tutti gli aspetti possibili di sostenibilità?

“Architettura” è parola solida, bella, evocativa: però usurata e equivoca specie quando identifica altro rispetto a edilizia, o comunque quando si riduce a connotare singoli fenomeni. Certo nel costruito ci sono differenze di valori, presenza o assenza di senso, ma l’obiettivo di fondo di ogni intervento non è nella sua bellezza o nella coerenza delle sue parti. Dovrebbe essere unico: contribuire a migliorare la condizione umana. “Habitat” e “Baukultur” (rilanciato dalla “Dichiarazione di Davos – 2018”) sono parole in questo senso più adatte: si riferiscono all’insieme degli interventi tesi a facilitare presenze e rapporti umani. Nell’accezione comune “architettura” invece riguarda singoli edifici.

Ragionare sugli “ambienti di vita” pone l’accento sulle relazioni fra parti, favorisce una visione sistemica: è il trapasso da <Utilitas / Firmitas / Venustas> verso <Ambiente / Paesaggio / Memoria> ed i loro differenti ambiti di riferimento (quella ambientale è questione planetaria; quella relativa al “paesaggio” identifica diversamente civiltà e culture; quella che riguarda la “memoria” si lega a singoli luoghi e singole azioni). Sostenibilità presuppone integrazione, azioni distinte ma sostanzialmente convergenti, animate da un comune sentire.

In irruente crescita, i miliardi di abitanti dell’antropocene hanno sempre maggiori esigenze. Cento anni fa quelle funzionali erano il primo motore: “la forma segue la funzione” è stato uno slogan fortunato, poi si è trasformato in “la forma segue il fiasco”. L’ignoranza benpensante è ancora vincente. Dare priorità alla ricerca di ambienti di vita che simultaneamente incidano su benessere, sicurezza, economia, socialità, felicità non è impossibile. Non è questione di risorse, ma di mentalità e di cultura. Certo l’aspirazione non è unica, non dovunque si vuole lo stesso: continenti e loro diverse regioni accolgono singole identità e civiltà, con proprie radici e memorie. Desideri e speranze non sono omogenee: a volte vi sono somiglianze, spesso però anche distanze notevoli. Ambizione e ricerca di sostenibilità dovrebbero accomunarci.